Medici meccanici, paternalismo e rancore in Veterinaria: una riflessione.

Cosa intendo per medici meccanici, perché dobbiamo fare a meno del paternalismo e come mai a mio parere esiste tanto rancore da parte dei nostri clienti per noi Medici Veterinari? Riprendo la penna per invitare a una riflessione.

Tanto, ma tanto tempo che non scrivo più. Come un po’ per tutti, i periodi complessi della vita portano riflessioni. Mentre sono qui che – fra lavoro e terremoti privati – cambio e cresco, vi invito a riflettere con me: perché in medicina veterinaria, più ancora forse che in medicina, si è persa la fiducia fra clienti e medici e come mai questo genera inevitabilmente rancori da ambe le parti? Se avete voglia, leggete e ragioniamo assieme di medici meccanici, di paternalismo e capacità di prendersi cura.

Fatemi tirare fuori il mio aspetto di “medico filosofo” 🙂

Vi parlerò di medicina in senso ampio, nominando quindi i bipedi, ma traslando i nostri discorsi ai nostri quadrupedi preferiti. Non saranno concetti per nulla astratti, che viviamo tutti, tutti i noi, ogni giorno, come medici, come pazienti, come tutori di animali. “Mica bau bau, micio micio!” 😉

La nascita del dualismo in medicina

Mentre la quasi totalità della medicina antica considerava l’uomo come un unico, di cui prendersi cura nella sua interezza, Platone per primo propone un dualismo mente corpo, individuando un medico del corpo diverso dal medico dell’anima, che avrebbe dovuto essere il filosofo. Questa distinzione è stata esacerbata successivamente dall’avvento del cristianesimo: il corpo “peccatore” era contrapposto all’anima “immortale”. Andando avanti rapidamente nei secoli (per non tediarvi troppo) arriviamo a Cartesio e, dopo di lui, all’attuale riduzionismo.

René Descartes (1596-1650), noto come Cartesio, viene letto per molto tempo come l’inizio del terribile dualismo mente-corpo, a torto o a ragione (se siete interessati all’argomento vi consiglio un paio di libri- vedi sotto bibliografia).

Cogito ergo sum (penso quindi sono) è stato tradotto come chi non “pensa” non è, quindi non possiede un’anima. Gli animali, oltre all’essere umano, sono stati la vera vittima di questo approccio. Posso vivisezionare a cuor leggero gli animali, perché non pensano, non hanno un’anima, quindi le reazioni che a me paiono di dolore in realtà non sono come il dolore provato dall’essere umano, ma solo “riflessi”.

Anche nell’uomo poi il pensiero è “rinchiuso” nel cervello, separato dal corpo da una barriera quasi impermeabile (effettivamente presente, ma bel lungi dall’essere impermeabile secondo i più recenti studi, la barriera ematoencefalica). È ovvio come questa visione (distorta), possa essere stata successivamente la base dell’attuale riduzionismo. Durante l’800 e il il 900, l’uomo e l’animale diventano macchine, con il cervello come un computer in grado di processare dati e dare ordini alle varie parti.  Ciò che non è misurabile, non esiste. La medicina si trasforma nella sola farmacologia, nella biologia molecolare, nella ricerca genetica, staccandosi totalmente dalla psicologia in quanto studio della mente: due entità distinte, non in comunicazione.

Perché dilungarci con la storia? perché credo che relativizzare le nostre moderne idee scientifiche non sia un male. Tutto cambia, tutto evolve. Se questo paradigma non ci piace, ora possiamo cambiare.

È ovvio che la ricerca scientifica richieda senza dubbio un corretto metodo di indagine, basato sulla statistica e sulla ripetibilità delle osservazioni, così come è ovvio che l’enorme ampliamento del sapere medico e scientifico richieda delle specializzazioni. Non è  detto però che si debba accettare un modello in cui l’essere vivente, nella sua complessità e interezza, debba essere spiegato dal singolo microscopico meccanismo biochimico, perdendo di vista il sistema, né dobbiamo accettare una medicina che ci nega la nostra e loro unicità.

Il dualismo mente corpo è “roba vecchia”. Con la nascita delle neuroscienze, con le scoperte fondamentali della medicina che mettono in relazione i processi psichici con il sistema nervoso, immunitario e endocrino, scopriamo sempre di più come ogni organismo sia un network di complessità indescrivibile, un sistema, un INDIVIDUO (dal lat. individŭus ‘indivisibile’ ).

Paternalismo e rancore: due facce della stessa medaglia

Mi capita spesso di fare questo ragionamento con i miei clienti durante le visite: perché troppo spesso la comunicazione fra noi (Vet) e voi (tutori degli Animali) sembra così irrimediabilmente danneggiata? Da parte mia, mi pare di aver individuato un paio di meccanismi abbastanza semplici, che ripetendosi portano a lacerare quella che dovrebbe essere una importante relazione di aiuto, in cui tutti assieme – noi Vet e voi – si lavora per il bene del vostro Amico.

Il primo meccanismo è certamente quello del paternalismo e del rancore. In questa medicina iper-riduzionista, dove la scienza diventa un dogma incontestabile, la statistica diviene il verbo divino e il farmaco la bacchetta magica, troppo spesso noi Medici (Veterinari o non) assurgiamo a un ruolo paternalistico nei confronti dei nostri clienti. Noi, come padri despoti, vi dobbiamo dire cosa fare, senza perdere tempo inutile nello spiegarvi il perché della nostra decisione. Voi (tutor di Animali), da parte vostra andate a cercare su Google, perché sentite di non poter aver fiducia, o anche solo per avere delle informazioni in più che noi non vi forniamo correttamente.  Come figli adolescenti del padre padrone, vi “ribellate” tornate da noi con domande scomode, scrivete recensioni negative sui blog e quando qualcosa va storto provate rancore nei nostri confronti.

Doctor Google lo conosciamo tutti!

L’incapacità di prendersi cura

Come da una coppia malata, nasce dal paternalismo e dal rancore una figlia terribile: l’incapacità di prendersi cura. Per incapacità di prendersi cura intendo quell’atteggiamento che vedo in molti miei clienti in cui non si è più capaci di distinguere l’importanza di un segno clinico: con tutte le sfumature, noto spesso come la maggior parte delle persone ormai non abbia un metro di giudizio “corretto” per il proprio Amico. Un singolo vomitino può essere letto come un sintomo di gravità inaudita, tale da meritare ricovero in clinica la domenica, mentre una diarrea emorragica potrebbe non esserlo. Badate bene che non parlo di conoscenze mediche per operare le proprie scelte, ma del semplice buon senso. Ovvio che la causa di tutto questo sia anche una società fatta sempre più di isolamento, ma in parte gioca un ruolo anche l’atteggiamento di parte della medicina che dà dell’asino a chi cerca di pensare con la propria testa (al di là del singolo argomento, lo trovo terribile, un fascismo mascherato da scienza). Incapaci di prenderci cura di noi stessi, non siamo più capaci di prenderci cura di un altro essere vivente. Noi, come Veterinari, vi togliamo il diritto di scegliere liberamente; voi, come clienti, vi volete “sfilare” dal ruolo di tutori, addossandoci tutte le scelte salvo poi rinfacciarle in seguito se si scoprono sbagliate.

Immaginiamo assieme un mondo diverso

Immaginiamo di uscire da questi meccanismi di paternalismo e rancore. Immaginiamo Medico Veterinario e tutore dell’Animale schierati dalla stessa parte, uniti nell’obiettivo di fare del bene all’Animale.

Ovviamente parlo di un mondo che sta nascendo, che ha come presupposto il punto della ricerca del bene del proprio Animale da parte del tutor. Ovvio che questo tipo di discorso non si adatta a chi gli Animali li tratta come oggetti e li maltratta né a chi “se muore tanto me ne faccio un altro” manco fosse un modello di automobile! Ovviamente non si adatta neanche a quei pochi colleghi che sono vere mele marce, dove il giuramento di Ippocrate è stato dimenticato. Se pensate che siano molti, vi assicuro che non conoscete bene la categoria! 

In questo mondo, il Medico studia ciò che dice la scienza, ma ricorda che al di là dei numeri davanti a un individuo, immerso in un contesto famigliare, sociale e economico per ognuno diverso. Offre la propria conoscenza, consiglia e guida, ma non impone le proprie scelte. Non si fa ingannare dal proprio Ego, non pretende di avere LA unica e incontestabile verità in mano.

La scelta rimane sempre al tutor dell’Animale, che è capace di prendersi cura del proprio Amico e quindi non può arrivare a provare rancore per il proprio Medico Veterinario che “ha fatto la scelta sbagliata”. Allo stesso tempo, il tutor dell’Animale non ha bisogno di ricercare spasmodicamente la verità online, per poi mettere in dubbio ciò che gli dice il proprio Medico, perché lo ha scelto per le sue conoscenze.

  Quello che intendo dire è che tutti andiamo a cercare online informazioni (io per prima lo faccio, sfido chiunque soprattutto di fronte ad una diagnosi magari grave a dire che non lo ha fatto). Il problema non è cercare informazioni online a mio parere, ma ritenere che queste abbiano maggiore validità di quanto ci ha detto il nostro Medico “di fiducia”! Di che fiducia parliamo in questi casi?

Un rapporto fondato sulla fiducia quindi, ma anche su due grandi libertà: se da una parte infatti ogni cliente può essere libero di cercare il Medico Veterinario con cui si sente maggiormente in sintonia, da cui si sente guidato meglio, di cui rispetta maggiormente le conoscenze, dall’altra noi Medici Veterinari dobbiamo riservarci la libertà di poter accompagnare alla porta il cliente che andasse con le sue scelte contro i nostri principi etici e morali.

Da entrambe le parti, ci deve essere riconoscimento delle conoscenze e del tempo, anche in termini economici. Lo studio è un investimento e ogni tutor di animale deve essere conscio che scegliere in base al prezzo, significa scegliere quel collega che non ha la forza economica e il tempo per aggiornare le proprie conoscenze.

Medico filosofo o medico meccanico?

Questa è una riflessione dedicata soprattutto ai miei colleghi. Nell’antichità la figura del medico coincideva con quello dello studioso a tutto tondo: dalla Cina alla Grecia antica, i più grandi scienziati erano medici e viceversa. In Ippocrate a Galeno, così come in molte altre figure fondamentali, medicina, filosofia e altre scienze si sono intrecciate.

Questo ruolo, specialmente con il riduzionismo moderno, si è drasticamente perso. Ai giovani medici viene insegnato a NON pensare, ad abnegarsi, a non prendersi cura di sé. Turni estenuanti, condizioni di lavoro disumane a cui si viene obbligati come tirocinanti, ma che spesso vivono anche titolari di struttura che non si prendono una domenica libera, che vanno a lavorare di notte, che si piegano all’umiliazione della propria figura e delle proprie conoscenze per “portare a casa la pagnotta”.

Ci vogliono convincere che siamo marionette, canali inconsapevoli del dogma scientifico. Questo medico meccanico, assieme al cliente inconsapevole, considera l’Animale (ma anche l’essere umano spesso) come una macchina, rotta magari, di cui aggiustare i pezzi. Smontare, rimontare, svuotare, tagliare, senza tener conto dell’unicità del sistema e dimenticando l’umiltà di fronte alla perfezione e alla complessità della Natura.

Saperci prendere cura di noi stessi, progettare un nostro percorso personale di crescita, preservarci in salute deve essere il primo passo per essere un buon Medico. Secondo diversi filosofi il percorso dovrebbe essere:

  • dal Sapere al Saper Fare (immaginiamoci uscendo dalla facoltà)
  • dal Saper Fare al Saper Delegare (ossia secondo la mia lettura, crearsi una equipe di lavoro: come possiamo affrontare la complessità degli esseri viventi se non lavoriamo in gruppo, ciascuno con le proprie conoscenze specifiche?)
  • dal Saper Delegare al Saper Essere: il Medico deve essere un intero, tecnica e conoscenze che possiede devono essere sommate alla consapevolezza e alla cura di sé.

Sarà bello riscoprire – come dicevano gli antichi – una ARS MEDICA (arte medica) in cui ogni Medico pone del suo. Come scrive Platone a proposito della medicina degli uomini liberi: “mentre da un lato egli stesso impara qualcosa da parte dei pazienti, dall’altro, entro le sue possibilità, si fa maestro dell’ammalato, cui nulla prescrive senza averlo prima in un certo modo convinto, cercando, con la persuasione metodica, con la dolcezza e la preparazione, di restituirgli poco a poco la salute“.

“You may say I’m a dreamer…”

 

Bibliografia e approfondimenti: 

  • Bottaccioli, F., & Bottaccioli, A. G. (2016, December). Psiconeuroendocrinoimmunologia e scienza della cura integrata. Il manuale. Edra.
  • Damasio, A. R., & Macaluso, F. (2001). L’errore di Cartesio: emozione, ragione e cervello umano. Adelphi.
  • Damasio, A. R. (2007). Alla ricerca di Spinoza: emozioni, sentimenti e cervello. Adelphi.
  • Bottaccioli, F. (2010). Filosofia per la medicina, medicina per la filosofia: Grecia e Cina a confronto. Tecniche nuove.

 

 

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